Lo Stato ha il dovere di proteggere l’ordine pubblico
Gli eventi che hanno spinto il governo italiano a reagire non possono essere liquidati come normali proteste politiche.
Secondo quanto riferito dall’Associated Press e dall’agenzia di stampa italiana ANSA, durante i disordini si sono verificati saccheggi, danneggiamenti e attacchi alle forze di polizia. Il governo ha dichiarato che le nuove misure mirano a prevenire episodi simili e a rafforzare la capacità d’intervento delle autorità.
La distinzione tra un’assemblea pacifica e la violenza punibile penalmente è fondamentale. La libertà di riunione tutela il diritto dei cittadini di incontrarsi, manifestare e criticare la politica del governo. Non garantisce però l’impunità per lesioni personali, incendi dolosi, saccheggi o danneggiamenti intenzionali.
Quando i negozi vengono saccheggiati o le persone minacciate, possono aspettarsi dallo Stato una protezione efficace. Se lo Stato fallisce ripetutamente nell’applicazione della legge, la fiducia nelle istituzioni democratiche può essere compromessa.
La risposta non può consistere nel tollerare la violenza in nome della libertà. La libertà democratica presuppone un ordinamento giuridico funzionante che protegga i diritti di tutti, compresi quelli che non partecipano alle manifestazioni. Per contro, il verificarsi di atti violenti non giustifica automaticamente qualsiasi contromisura statale.
Il nuovo approccio italiano: pene più severe e maggiori poteri preventivi
Il decreto italiano introduce una nuova fattispecie di reato connessa alla partecipazione violenta alle manifestazioni. Nei casi previsti sono possibili pene detentive fino a cinque anni e multe fino a 20.000 euro. In determinate circostanze aggravanti, per esempio quando si agisce a volto coperto o si feriscono altre persone, possono applicarsi sanzioni più severe.
Il pacchetto di misure inasprisce inoltre le disposizioni relative ai giovani autori di reati. Per i ragazzi tra i 14 e i 18 anni dovrebbe valere una presunzione di imputabilità, salvo prova contraria. Si ampliano le possibilità di detenzione preventiva; si intendono inoltre introdurre meccanismi per chiedere ai genitori il risarcimento dei danni causati dai figli.
Il governo ha anche annunciato l’invio a Milano di altri 500 militari a sostegno delle operazioni di sicurezza.
Queste misure non vanno considerate come un unico strumento. Le pene, la responsabilità finanziaria dei genitori, la detenzione preventiva e l’impiego dei militari sollevano ciascuno questioni giuridiche e pratiche specifiche. Ogni misura deve essere giustificata autonomamente.
La responsabilità economica dei genitori può, per esempio, contribuire al risarcimento delle vittime. Non deve però essere equiparata a una colpa penale automatica dei genitori per ogni atto commesso dai figli. Anche la detenzione preventiva richiede presupposti legali chiari, garanzie contro l’arbitrarietà e un effettivo controllo giudiziario.
Occorre considerare anche la procedura legislativa: il Parlamento deve convertire il decreto in legge entro il termine previsto di 60 giorni. Perciò la versione definitiva della norma e la sua applicazione concreta sono importanti quanto l’annuncio iniziale.
Una reazione necessaria non è automaticamente sufficiente
Il governo italiano presenta le misure come una risposta decisa alla violenza. L’obiettivo è comprensibile. La domanda più difficile è se gli strumenti scelti saranno efficaci senza produrre conseguenze sproporzionate.
L’effetto deterrente non dipende soltanto dall’entità della pena. Sono determinanti anche l’efficacia delle indagini, l’affidabilità della raccolta delle prove, l’applicazione coerente delle leggi e la conclusione dei procedimenti entro tempi ragionevoli.
Pene più severe possono essere giustificate in determinate circostanze, ma da sole non garantiscono una riduzione della criminalità. Una politica di sicurezza credibile richiede un lavoro professionale delle forze di polizia, un’efficace persecuzione penale, sanzioni proporzionate e misure che affrontino le condizioni in cui la violenza si ripete.
Questo è particolarmente importante per i minorenni. I giovani autori di reati devono assumersi le proprie responsabilità e le vittime non devono restare prive di protezione. Allo stesso tempo, la giustizia deve considerare l’età, la responsabilità individuale e la possibilità di reinserimento.
Una politica che interviene solo dopo lo scoppio della violenza rimane incompleta. Scuole, famiglie, comuni, servizi sociali e polizia condividono la responsabilità di proteggere i giovani dai gruppi distruttivi e di garantire che i reati gravi abbiano conseguenze.
Il rischio di trasformare la protesta in un nemico dello Stato
Un altro rischio consiste nell’estendere il comportamento di singole persone a un intero movimento politico o a tutti i manifestanti.
La violenza politica può emergere in ambienti ideologici diversi. Il fatto che alcuni partecipanti commettano reati non dimostra né che tutti i manifestanti condividano gli stessi obiettivi o metodi, né che una manifestazione nel suo complesso sia stata organizzata da uno specifico gruppo politico.
Le affermazioni sulla partecipazione di organizzazioni estremiste devono essere sostenute da prove riferite alle persone concrete, alle loro azioni e a legami organizzativi accertati. Non è una concessione all’estremismo, ma una condizione necessaria per un’analisi oggettiva e per un’attività di polizia conforme allo Stato di diritto.
Quando i governi descrivono ampi gruppi di opposizione politica come una minaccia per l’ordine pubblico, rischiano di allontanare i cittadini pacifici e di indebolire la legittimità della propria azione. I commentatori commettono lo stesso errore fondamentale quando minimizzano la violenza soltanto perché condividono gli obiettivi dichiarati dei manifestanti.
Uno Stato democratico deve respingere entrambe le forme di lettura selettiva. La legge deve basarsi su condotte provate, non soltanto sull’identità politica di una persona.
La prospettiva svizzera: il potere statale entro i limiti del diritto
La Svizzera offre a questo dibattito una prospettiva costituzionale utile, anche se il suo sistema politico e le sue strutture di sicurezza differiscono da quelle italiane.
L’articolo 5 della Costituzione federale svizzera stabilisce che l’attività dello Stato deve fondarsi sul diritto, essere limitata dal diritto, perseguire l’interesse pubblico e rispettare il principio di proporzionalità. L’articolo 22 garantisce la libertà di riunione; l’articolo 36 definisce le condizioni per limitare i diritti fondamentali, tra cui una base legale, l’interesse pubblico e la proporzionalità.
Questi principi non sono formule astratte. Offrono un criterio per valutare la legittimità delle misure di sicurezza.
L’approccio svizzero non significa tollerare i disordini o accettare un’applicazione inefficace della legge. Significa che il potere statale deve essere esercitato con una base giuridica, in modo necessario e proporzionato.
Le autorità dovrebbero essere in grado di spiegare perché una limitazione sia necessaria, perché eventuali alternative meno incisive non siano sufficienti e quali garanzie impediscano gli abusi. Questo criterio protegge entrambe le parti del rapporto tra cittadini e Stato: la società dalla violenza e i cittadini dall’arbitrio.
La Svizzera non dovrebbe presumere che le sue istituzioni offrano automaticamente una risposta a ogni questione di sicurezza. Né dovrebbe dichiarare illegittima la politica di un altro Paese soltanto perché più restrittiva. Ciò che conta è che una misura sia necessaria, efficace, proporzionata e soggetta a un controllo effettivo.
L’Europa ha bisogno di fiducia nello Stato di diritto, non di uno stato d’eccezione permanente
Il dibattito italiano rimanda a una sfida più ampia per le democrazie europee. I governi devono garantire la sicurezza, i cittadini chiedono conto del loro operato e la polarizzazione politica fa apparire quasi ogni misura delle forze di sicurezza come una vittoria di un campo ideologico sull’altro.
In queste condizioni la moderazione viene talvolta scambiata per debolezza, mentre la durezza è considerata una prova di competenza politica. Entrambe le convinzioni sono inaffidabili.
Uno Stato può agire con decisione senza diventare arbitrario. Può proteggere le manifestazioni e perseguire penalmente gli atti violenti. Può chiamare gli autori a rispondere delle proprie azioni e garantire procedure conformi allo Stato di diritto. Può rafforzare le proprie capacità operative senza perdere di vista le diverse funzioni della polizia e delle forze armate.
L’obiettivo deve essere uno Stato abbastanza forte da far rispettare il diritto e sufficientemente limitato da impedire gli abusi di potere.
A tal fine servono leggi chiare, forze di polizia professionali, tribunali indipendenti, prove affidabili, comunicazione trasparente e un esame critico dei risultati. I responsabili politici dovrebbero inoltre resistere alla tentazione di usare ogni episodio di disordine come argomento per ampliare senza limiti i propri poteri.
La misura di una politica di sicurezza non è la durezza della sua retorica né il numero delle forze impiegate. La domanda decisiva è se renda le persone più sicure preservando al contempo le basi giuridiche e istituzionali della democrazia.
Una lezione svizzera per l’Europa
Il possibile contributo della Svizzera al dibattito europeo non consiste nel fare la morale agli altri Stati né nel rivendicare una superiorità morale. Consiste nell’applicare con coerenza criteri ai quali ogni governo deve essere sottoposto.
L’ordine pubblico è importante. Le vittime hanno diritto alla giustizia. Chi commette atti violenti deve subirne le conseguenze. Le manifestazioni pacifiche devono essere protette. Il potere statale deve essere esercitato nel rispetto del diritto. Questi principi non si contraddicono: si completano.
Il nuovo decreto italiano può fornire alle autorità strumenti aggiuntivi per contrastare gravi turbative dell’ordine pubblico. La loro efficacia e proporzionalità dipenderanno dal testo definitivo, dalla sua applicazione e dalle garanzie previste.
L’Europa dovrebbe esaminare i risultati concreti, invece di celebrare prematuramente una politica repressiva come un successo o di respingere in linea di principio qualsiasi inasprimento.
L’autorità democratica è più convincente quando sa proteggere i cittadini senza diventare essa stessa una minaccia per i loro diritti. Lo Stato di diritto non ostacola un governo efficace. Distingue uno Stato democratico capace di agire da un potere esercitato senza limiti adeguati.
Per un continente che si confronta con la polarizzazione politica, i disordini violenti e la diminuzione della fiducia nelle istituzioni, questa distinzione è fondamentale.
La scelta non è tra ordine e libertà. È tra uno Stato capace di proteggere entrambi e uno che sacrifica l’uno in nome dell’altra.
