Nota redazionale: questo è un commento analitico. L’ipotesi che Trump sia stato reclutato dal KGB o sia diretto dai servizi russi non è stata dimostrata pubblicamente. Nel testo si distinguono fatti, valutazioni politiche e considerazioni ipotetiche.

Cari lettori,

In redazione abbiamo discusso a lungo se scrivere o meno questo articolo. Una volta pronto il primo progetto, si è posta un’altra domanda: dovremmo pubblicare un testo che tocca un tema così sensibile e solleva una questione che, fino a poco tempo fa, sarebbe potuta sembrare una teoria del complotto?

Siamo consapevoli della portata del tema. L’accusa secondo cui il presidente degli Stati Uniti avrebbe legami con un servizio di intelligence straniero non giustifica un titolo sensazionalistico. Richiede prove solide. Non presenteremo come fatto accertato ciò che non è stato dimostrato.

Ma questa domanda ha anche un altro lato. Viviamo in un’epoca in cui gli eventi internazionali si susseguono come in una cascata: a una crisi ne segue un’altra. Nel giro di pochi giorni, decisioni e dichiarazioni provenienti da Washington possono modificare la situazione dell’Ucraina, incidere sulla sicurezza europea, mettere in dubbio l’affidabilità delle alleanze transatlantiche e spostare i calcoli strategici del Cremlino.

Donald Trump è al centro di molti di questi sviluppi. Le sue decisioni e dichiarazioni pubbliche si discostano spesso in modo netto dagli approcci delle precedenti amministrazioni statunitensi; le loro conseguenze non corrispondono sempre agli obiettivi dichiarati.

Come mezzo di analisi non dobbiamo né ignorare gli eventi né sostituire l’analisi con la speculazione. Il nostro compito è porre domande scomode, confrontare i fatti, esaminare le conseguenze e non ignorare possibili schemi solo perché discuterne sembra audace.

Proponiamo quindi ai nostri lettori un esperimento mentale: supponiamo per un momento che la tesi dell’«agente Krasnov» sia vera. Quali risultati avrebbe potuto attendersi il servizio segreto sovietico, e poi quello russo, da un uomo alla guida degli Stati Uniti?

Un’Ucraina indebolita? Fratture tra gli Stati Uniti e i loro alleati europei? Meno pressione su Mosca? Una fiducia scossa nella NATO? Conflitti tra Washington, il Canada e altri partner, capaci di assorbire attenzione e risorse?

Mettiamo poi da parte l’ipotesi e guardiamo agli eventi. Quali di queste conseguenze si sono davvero verificate? Quali decisioni del presidente statunitense hanno obiettivamente giovato al Cremlino? Dove si trovano fatti accertati, dove interpretazioni politiche e dove questioni ancora aperte?

La politica di Trump potrebbe essere spiegata con un approccio transazionale, la ricerca di accordi rapidi, calcoli di politica interna o errori di valutazione strategica. Ma se le conseguenze delle sue decisioni favoriscono Mosca, non basta elencare possibili spiegazioni. Dobbiamo esaminare le decisioni stesse e il prezzo che Ucraina, Europa e Stati Uniti pagano per esse.

Non chiediamo ai lettori di accettare in anticipo la tesi di un agente russo. Proponiamo di verificarla alla luce delle azioni note al pubblico, di confrontarla con spiegazioni alternative e di stabilire che cosa i fatti possano davvero dimostrare. Nella politica internazionale le intenzioni restano spesso nascoste; le conseguenze delle decisioni possono essere analizzate più spesso. È da queste che partiamo.

1. Donald Trump: impero imprenditoriale, crisi finanziarie e la pista di Mosca

Per capire perché il rapporto di Trump con la Russia sollevi interrogativi da decenni, è utile guardare alla sua carriera imprenditoriale, molto prima che diventasse presidente. Trump ha coltivato l’immagine pubblica di un imprenditore di successo e di un abile negoziatore. La storia delle sue aziende, tuttavia, era più complessa.

All’inizio degli anni Novanta, diverse sue aziende si trovarono in gravi difficoltà finanziarie. Nel 1991 il casinò Trump Taj Mahal di Atlantic City avviò una procedura fallimentare per ristrutturare i debiti. Nel 1992 seguirono altre aziende legate a Trump, tra cui il Plaza Hotel. In seguito, società del suo ambiente ricorsero nuovamente alle procedure previste dal Chapter 11 della legge fallimentare statunitense, nel 2004 e nel 2009.

A seconda del criterio utilizzato si parla di quattro o sei fallimenti aziendali. La precisazione è importante: si trattava di società e della ristrutturazione dei loro debiti, non di un fallimento personale di Trump. Questi episodi non dimostrano da soli né un reato né legami con i servizi russi. Mostrano però il contesto in cui hanno avuto un ruolo importanti esigenze di finanziamento, progetti ambiziosi e contatti commerciali internazionali.

Mosca, 1987: avvio di rapporti d’affari o opportunità per il KGB?

Nel luglio 1987 Donald Trump visitò l’Unione Sovietica insieme all’allora moglie Ivana. Secondo quanto riferito da pubblicazioni successive, l’interesse per il viaggio sarebbe nato dopo contatti con l’ambasciatore sovietico negli Stati Uniti, Yuri Dubinin. Trump valutò la possibilità di un progetto alberghiero a Mosca, che però non fu realizzato.

Per la leadership sovietica contatti di questo tipo avevano un valore economico e politico. Durante la perestrojka Mosca voleva attrarre investimenti occidentali e costruire rapporti con imprenditori stranieri. Allo stesso tempo, anche il KGB poteva essere interessato a contatti influenti all’estero. Questa possibilità generale, però, non dimostra che un determinato imprenditore sia stato reclutato.

Nel 2025 Alnur Mussayev, ex capo del Comitato per la sicurezza nazionale del Kazakistan, dichiarò pubblicamente che il KGB aveva reclutato Trump durante il suo viaggio a Mosca e gli aveva assegnato il nome in codice «Krasnov». Non presentò documenti accessibili al pubblico che comprovassero l’affermazione. L’ipotesi del reclutamento non può quindi essere considerata un fatto accertato.

Sospetti simili erano già stati discussi in passato. Nel suo libro *American Kompromat*, il giornalista Craig Unger ha esaminato la possibilità che i servizi sovietici si fossero interessati a Trump già prima del viaggio. Queste ricostruzioni si basano su resoconti di fonti e indizi, che vanno distinti dai fatti documentati.

Anche la precisione storica è importante: il KGB dell’URSS fu sciolto nel 1991. Il servizio russo di intelligence interna, l’FSB, nacque nel periodo post-sovietico; non è semplicemente la continuazione del KGB sovietico con un altro nome. Le questioni relative a continuità personali, metodologiche o istituzionali devono essere esaminate separatamente.

È accertato che Trump si recò in Unione Sovietica nel 1987 e vi stabilì contatti d’affari. Non è invece dimostrato che sia stato reclutato con il nome in codice «Krasnov».

Che cosa conta di più: un presunto reclutamento o le conseguenze reali?

Se il KGB avesse voluto usare a proprio vantaggio un imprenditore statunitense influente, i suoi contatti, le sue ambizioni finanziarie e la sua possibile futura portata politica avrebbero potuto interessare il servizio. Si tratta tuttavia di un modello ipotetico, non di una prova di reclutamento da parte dei servizi sovietici o russi.

Invece di partire da una tesi non dimostrata, esaminiamo quindi le decisioni pubbliche di Trump e le loro conseguenze per gli Stati Uniti e i loro alleati. Non conta soltanto ciò che qualcuno potrebbe aver inteso, ma anche ciò che le sue azioni producono concretamente.

2. Ucraina: pressione sulla vittima dell’aggressione e vantaggi strategici per il Cremlino

Per capire quale ambito della politica estera di Trump incida più direttamente sugli interessi strategici della Russia, bisogna partire dall’Ucraina. Dal suo ritorno alla Casa Bianca nel gennaio 2025, i rapporti tra Washington e Kyiv sono diventati una fonte centrale d’incertezza per la sicurezza europea.

L’obiettivo di porre fine alla guerra non è di per sé una concessione alla Russia. La fine dei combattimenti potrebbe giovare all’Ucraina, agli Stati Uniti e all’Europa. La questione decisiva è a quali condizioni si cerchi la pace, su quale parte si eserciti la pressione principale e quali strumenti rimangano per obbligare la Russia a rispettare un eventuale accordo.

Quando aggressore e vittima subiscono pressioni diverse

Nel febbraio 2025 si aggravò la disputa pubblica tra Trump e il presidente ucraino Volodymyr Zelenskyj. Il conflitto divenne il simbolo del nuovo approccio di Washington e suscitò preoccupazione nelle capitali europee. L’amministrazione statunitense continuò a spingere per una soluzione negoziata, mentre restavano aperte le questioni relative alle garanzie di sicurezza, ai territori e al sostegno futuro.

Il problema non era che Trump parlasse con Vladimir Putin. La diplomazia con un avversario è uno strumento normale della politica internazionale. Il problema era la combinazione tra la pressione pubblica su Kyiv, l’incertezza sul sostegno statunitense e i segnali di un possibile avvicinamento economico a Mosca.

Nell’ottobre 2026 Reuters riferì di nuove tensioni sulla politica di Washington riguardo all’Ucraina, tra cui critiche agli attacchi ucraini contro impianti energetici russi, dichiarazioni sulla leadership ucraina e misure che avrebbero potuto agevolare le forniture russe di carburanti. Prima della pubblicazione, le condizioni e le conseguenze precise di questi passi devono essere verificate sulla base dei documenti primari pertinenti.

Dal punto di vista del Cremlino, una simile combinazione può essere vantaggiosa per vari motivi: accresce l’incertezza sulla continuità del sostegno statunitense, rende più difficile il coordinamento tra Washington e le capitali europee e apre a Mosca la prospettiva di negoziati mentre la guerra prosegue. Ciò non prova che i servizi russi abbiano diretto la politica statunitense. Mostra però come alcune decisioni possano indebolire la posizione negoziale dell’Ucraina se la pressione su Kyiv è più immediata di quella su Mosca.

Aiuti militari e informazioni d’intelligence: il costo dell’incertezza

Per l’Ucraina il sostegno statunitense non consiste soltanto in armi e denaro. Sono importanti anche le informazioni d’intelligence, le comunicazioni satellitari, la logistica e la manutenzione tecnica. Se la disponibilità di questi servizi diventa incerta o sembra dipendere da condizioni politiche, la pianificazione della difesa a lungo termine si complica.

Per la strategia militare russa non conta soltanto la quantità di aiuti ricevuti dall’Ucraina, ma anche la possibilità che Mosca ritenga tali aiuti suscettibili di essere limitati. Se il Cremlino pensa che il tempo giochi a suo favore, può essere incentivato a rinviare i negoziati e a cercare ulteriori vantaggi militari.

Sanzioni ed energia: contraddizioni tra annunci e attuazione

La politica delle sanzioni offre un altro esempio di segnali contraddittori. Nell’autunno del 2026 sono state annunciate nuove restrizioni contro la Russia, mentre i media hanno riferito di deroghe e allentamenti per alcune operazioni energetiche russe. Prima della pubblicazione, le basi giuridiche esatte, i prodotti interessati e la durata devono essere verificati sulla base degli atti ufficiali.

Tra le possibili spiegazioni vi sono la volontà di contenere i prezzi dell’energia, tutelare gli interessi economici statunitensi o utilizzare incentivi economici nella diplomazia. Allo stesso tempo, occorre valutare se la Russia ottenga entrate aggiuntive, se diminuisca la pressione sulla sua economia di guerra e se Mosca possa aspettarsi ulteriori concessioni senza contropartite politiche sostanziali.

La politica estera non si valuta soltanto in base a leggi e dichiarazioni. Conta anche come viene attuata e quali incentivi produce. Se l’allentamento delle sanzioni precede impegni verificabili, la Russia può trarne un vantaggio economico senza modificare il proprio comportamento. Se invece è legato a condizioni chiare e viene revocato automaticamente in caso di violazioni, può diventare parte di una strategia negoziale.

Che cosa ne consegue?

Gli eventi descritti non dimostrano né che Trump sia stato reclutato dal KGB né che sia diretto dall’FSB. Sollevano però una domanda concreta: la politica di Washington crea condizioni nelle quali la Russia ottiene vantaggi strategici senza dover fare concessioni comparabili?

Se l’Ucraina subisce più pressioni della Russia, se gli allentamenti economici arrivano prima di una pace stabile e se l’incertezza sul sostegno statunitense indebolisce la posizione di Kyiv, Mosca può beneficiarne, indipendentemente dalle motivazioni del presidente statunitense.

3. La divisione dell’Occidente: NATO, Europa e Canada

La pressione sull’Ucraina può indebolirne la resistenza immediata all’aggressione russa. I conflitti tra Washington, Europa e Canada incidono sull’architettura più ampia della sicurezza occidentale. Un’azione coordinata tra Stati Uniti, paesi europei e Canada facilita gli aiuti militari, le sanzioni, la cooperazione d’intelligence e la deterrenza. Le divisioni, invece, lasciano spazio al Cremlino.

NATO: alleati che dubitano delle garanzie statunitensi

Da anni Trump chiede ai membri europei della NATO di aumentare la spesa per la difesa. Ciò non è automaticamente contrario agli interessi dell’Alleanza: forze europee più forti possono migliorare la difesa collettiva. Al vertice NATO dell’Aia del giugno 2025 gli alleati hanno concordato un obiettivo pari al 5 per cento del PIL entro il 2035: il 3,5 per cento per la difesa in senso stretto e l’1,5 per cento per spese di sicurezza definite in modo più ampio.

Il livello della spesa è però solo una parte della questione. È altrettanto importante quanto appaiano affidabili le garanzie politiche statunitensi. Dichiarazioni pubbliche che minimizzano il rischio di un attacco russo contro paesi della NATO possono alimentare dubbi sulla risposta di Washington in caso di crisi. Da sole, non significano un ritiro formale dall’articolo 5 del Trattato del Nord Atlantico, ma influenzano la percezione strategica degli alleati.

Per il Cremlino questa incertezza può essere un vantaggio: rende più difficili le decisioni collettive e può indurre alcune capitali a cercare intese autonome con Mosca. Occorre tuttavia riconoscere che la pressione di Trump ha spinto i paesi europei a discutere di maggiori spese per la difesa e di maggiore autonomia. Che da ciò nasca una difesa europea più forte nel lungo periodo dipende dall’attuazione concreta.

Europa: alleata o concorrente economica?

Le minacce tariffarie e le controversie commerciali hanno ulteriormente logorato i rapporti tra Washington e gli Stati europei. I governi europei devono sostenere l’Ucraina e rafforzare la difesa, preparandosi al tempo stesso a possibili nuove restrizioni commerciali statunitensi.

I conflitti commerciali non portano automaticamente alla Russia vantaggi economici diretti. Possono però assorbire tempo e risorse dei governi, intensificare le tensioni politiche all’interno dell’Europa e rendere più difficile coordinare una politica di sicurezza e sanzioni a lungo termine. Il loro significato strategico risiede meno in un singolo dazio che nell’effetto cumulativo di controversie ricorrenti.

Canada: un conflitto all’interno dell’alleanza occidentale

Anche i rapporti con il Canada sono stati messi sotto pressione da dazi, contromisure e dalle ripetute dichiarazioni di Trump sul Canada come possibile 51° Stato degli Stati Uniti. Per Ottawa non si tratta soltanto di una provocazione: la retorica tocca questioni di sovranità nazionale e di prevedibilità dei rapporti con il vicino più importante.

Il Canada deve quindi destinare risorse politiche ed economiche alla tutela dei propri interessi e, contemporaneamente, cercare ulteriori partner commerciali e di sicurezza. Ciò non significa che rinunci alla cooperazione con gli Stati Uniti o al sostegno all’Ucraina. Mostra però che anche gli alleati più stretti diversificano i propri rapporti quando Washington appare meno prevedibile.

Interessi convergenti non provano un coordinamento

Se la leadership russa mira a dividere l’alleanza occidentale, i dubbi sulle garanzie statunitensi, i conflitti con Europa e Canada e l’indebolimento dell’azione comune nei confronti della Russia sarebbero vantaggiosi per Mosca. Da ciò non deriva che questi conflitti siano stati pianificati a Mosca o che Trump agisca su istruzione dell’FSB.

Gli stessi risultati potrebbero derivare da un approccio nazionalista al commercio, dal tentativo di ottenere concessioni dagli alleati, da calcoli di politica interna o da una visione transazionale delle relazioni internazionali. L’essenziale è esaminare le conseguenze senza attribuire motivazioni prive di prove.

Se gli avversari del Cremlino non vengono soltanto indeboliti singolarmente, ma trovano anche sempre più difficile agire insieme, questo è un effetto strategico che l’Europa deve prendere sul serio.

4. Il Golfo Persico: una guerra che cambia l’equilibrio energetico

Il conflitto con l’Iran e le interruzioni del traffico marittimo nel Golfo Persico hanno aumentato l’incertezza sui mercati energetici. I prezzi del petrolio e dei carburanti, le rotte di trasporto e la sicurezza degli approvvigionamenti sono così diventati ulteriori fattori della politica europea e statunitense.

La questione riguarda la Russia perché le entrate del settore energetico continuano a svolgere un ruolo importante nell’economia e nel bilancio statale. L’aumento dei prezzi mondiali può accrescere i proventi delle esportazioni; l’effetto reale dipende però dai volumi di produzione, dagli sconti, dai costi di trasporto, dalle sanzioni e dalla struttura delle esportazioni.

Quando una crisi energetica gioca a favore di Mosca

La crisi ha diverse dimensioni. Primo, un’offerta più limitata può far salire i prezzi e garantire entrate aggiuntive agli esportatori. Secondo, la pressione interna dovuta ai prezzi elevati dei carburanti può spingere il governo statunitense a cercare nuove fonti di approvvigionamento nel breve periodo, anche allentando le restrizioni sui prodotti russi. Terzo, un’altra guerra assorbe risorse diplomatiche e militari che servono anche in Europa e nell’Indo-Pacifico.

Sarebbe tuttavia sbagliato considerare ogni conflitto con l’Iran automaticamente vantaggioso per la Russia. L’instabilità può interrompere le rotte commerciali, aumentare i costi logistici e intensificare la concorrenza tra esportatori di energia. L’effetto dipende dalla durata, dall’entità e dall’esito politico del conflitto.

Diesel russo: misura di mercato o concessione?

Nell’ottobre 2026 Reuters ha riferito di un accordo per ulteriori forniture di diesel russo in un contesto di mercati tesi. Gli esperti dubitavano che le esportazioni russe potessero compensare interamente la carenza mondiale nel breve termine. Per valutare l’accordo occorre separare due domande: Washington voleva ridurre i prezzi per i consumatori statunitensi? E Mosca poteva allo stesso tempo ricavarne un vantaggio economico o politico? Entrambe le cose possono essere vere.

Se gli allentamenti facilitano la vendita di carburanti russi, Mosca può ottenere entrate e ricevere il segnale che Washington potrebbe riconsiderare le sanzioni per ragioni economiche. Se tali vantaggi resteranno limitati e temporanei o diventeranno parte di un cambiamento politico più duraturo dipende dalle condizioni concrete e dalla loro applicazione.

Il costo di più crisi contemporaneamente

L’Europa deve garantire contemporaneamente approvvigionamenti energetici, difesa e sostegno all’Ucraina. Gli Stati Uniti devono distribuire attenzione e risorse fra più crisi. La Russia può cercare di sfruttare la situazione sul piano diplomatico ed economico. Non si tratta però di un vantaggio garantito: dipende dalla capacità dei paesi occidentali di coordinare la propria politica, applicare le sanzioni con coerenza ed evitare che misure temporanee si trasformino in un sollievo duraturo per Mosca.

5. Che cosa mostra l’insieme delle decisioni?

Abbiamo esaminato diversi ambiti: la pressione sull’Ucraina, la politica delle sanzioni contro la Russia, l’incertezza intorno alla NATO, i conflitti con Europa e Canada e le conseguenze della guerra in Medio Oriente. Ogni caso ha cause proprie. Sarebbe sbagliato ricondurli tutti a un unico piano segreto. Sarebbe altrettanto sbagliato ignorarne gli effetti cumulativi.

Per la Russia possono essere vantaggiose le situazioni in cui l’Ucraina riceve un sostegno meno affidabile, le sanzioni vengono allentate senza contropartite comparabili, gli alleati europei dubitano delle garanzie statunitensi, le controversie commerciali assorbono risorse e le crisi energetiche creano incentivi all’avvicinamento economico a Mosca.

Alcuni di questi rischi sono visibili in decisioni concrete e dichiarazioni pubbliche; altri restano possibili conseguenze future. Ci sono inoltre sviluppi che non rientrano in un quadro unilaterale: gli Stati Uniti continuano a partecipare a iniziative diplomatiche e a colloqui sul sostegno e sulle garanzie di sicurezza per l’Ucraina. Anche questi elementi vanno considerati.

Sono proprio tali contraddizioni a rendere necessaria un’analisi accurata. Se Washington vuole porre fine alla guerra, occorre verificare se la sua strategia avvicini una pace duratura o conceda soltanto alla Russia una pausa durante la quale mantiene i territori occupati e continua a sviluppare le proprie capacità militari.

Il criterio decisivo non è soltanto come il governo descriva le proprie intenzioni, ma quali risultati verificabili produca la sua politica.

6. Agente Krasnov o caos strategico?

Trump potrebbe essere stato reclutato dal KGB nel 1987? Non sono disponibili prove pubbliche sufficienti a confermare questa affermazione. Non vi è nemmeno motivo di sostenere che oggi sia diretto dall’FSB o da altri servizi russi.

La mancanza di prove di un reclutamento non elimina tuttavia il dovere di esaminare le conseguenze delle sue decisioni. Se un agente ipotetico avesse dovuto indebolire la posizione degli Stati Uniti e dei loro alleati, potrebbero essere rilevanti obiettivi come incrinare la fiducia nella NATO, limitare il sostegno all’Ucraina, ridurre la pressione delle sanzioni e provocare conflitti tra gli Stati occidentali.

Alcune decisioni dell’amministrazione Trump hanno creato rischi proprio in questi ambiti. È un tema serio di analisi politica e strategica, ma non dimostra che le decisioni siano state prese su ordine di Mosca.

Una spiegazione alternativa è che Trump persegua una propria interpretazione degli interessi statunitensi: privilegia accordi rapidi, priorità economiche e un maggiore trasferimento dei costi sugli alleati. Un approccio simile può promettere vantaggi a breve termine agli Stati Uniti e, allo stesso tempo, produrre benefici di lungo periodo per la Russia.

Per dimostrare l’ipotesi del reclutamento servirebbero ulteriori elementi: documenti, testimonianze credibili di persone coinvolte, comunicazioni verificate o altri indizi solidi di un legame con i servizi sovietici o russi. La retorica politica, le decisioni contraddittorie e la convergenza degli interessi non bastano da sole.

La questione dell’«agente Krasnov» rimane quindi un’ipotesi non dimostrata. Le conseguenze della politica di Trump, invece, possono essere esaminate concretamente attraverso fonti pubbliche.

Conclusione: l’Europa ha bisogno di una strategia basata sui fatti

La lezione più importante per l’Europa non è dichiarare il presidente statunitense un agente russo. È smettere di presumere che gli interessi degli Stati Uniti e quelli europei coincidano sempre automaticamente.

L’alleanza transatlantica resta una componente centrale della sicurezza europea. Tuttavia, la stabilità dell’Europa non può dipendere interamente dalle preferenze politiche di un singolo presidente statunitense o dalla prevedibilità di una sola amministrazione.

Gli Stati europei devono rafforzare le proprie capacità di difesa, coordinare il sostegno all’Ucraina, valutare le sanzioni in base ai loro effetti concreti e gestire i rapporti con Washington in modo che i disaccordi non si trasformino in vulnerabilità strategiche.

Per la Svizzera, la cui tradizione di politica estera è legata al pragmatismo, al diritto internazionale e alla diplomazia, questo compito è particolarmente rilevante. Un approccio razionale richiede di non sostituire le prove con i sospetti, ma anche di non ignorare le conseguenze delle decisioni delle grandi potenze.

La questione non è se gli europei apprezzino Trump, lo considerino un alleato o dubitino delle sue motivazioni. La questione è se siano in grado di proteggere la propria sicurezza quando la politica di Washington diventa meno prevedibile.

Se alcune decisioni indeboliscono l’Ucraina, dividono la NATO o riducono la pressione economica su Mosca, gli Stati europei devono tenerne conto nella pianificazione, indipendentemente dalle giustificazioni offerte dal governo statunitense.

Chi è dunque Donald Trump: «l’agente Krasnov» oppure un presidente la cui politica crea disordine strategico e, talvolta, avvantaggia obiettivamente il Cremlino? La prima tesi non è stata dimostrata. La seconda è una questione da esaminare alla luce di decisioni concrete, delle loro conseguenze e dei rapporti di forza in evoluzione.

Un dibattito serio sul futuro dell’alleanza occidentale, sulla sicurezza dell’Ucraina e sul ruolo dell’Europa in un nuovo ordine internazionale deve iniziare da un’analisi di questo tipo.