Opinione
Nel titolo di un articolo, la NZZ presenta una proposta di modello assicurativo: «Si potrebbe rinunciare volontariamente ai trattamenti che prolungano la vita nella fase finale dell’esistenza». Già questo legame tra modello assicurativo e rinuncia alle cure richiede una discussione di fondo. Non appena entrano in gioco incentivi economici, viene messo in discussione un limite che non dobbiamo oltrepassare.
La vita umana è un dono di Dio. Porta con sé una dignità che nessuno può attribuire e nessuno può togliere. Questa dignità rimane integra anche quando una persona è anziana, gravemente malata o bisognosa di aiuto. Da questa convinzione cristiana deriva un obbligo chiaro: le considerazioni finanziarie non devono avere alcun ruolo nella decisione se una persona possa continuare a vivere e ricevere le cure necessarie a questo scopo.
Anche chi non condivide questa fede deve poter contare su tale protezione. Nessuno dovrebbe essere costretto a giustificarsi perché le sue cure costano denaro.
È proprio qui che rischiamo di aprire il vaso di Pandora. Se la rinuncia a trattamenti che prolungano la vita viene premiata economicamente, a una decisione profondamente personale viene attribuito un prezzo. Potrebbe così nascere un’aspettativa: chi rinuncia alleggerisce il peso sulla collettività; chi desidera continuare le cure genera costi evitabili. Già questo possibile cambiamento è pericoloso. Una persona alla fine della propria vita non deve mai sentirsi tenuta a giustificare agli altri il desiderio di continuare a vivere.
La parola «volontariamente» non elimina il problema. Immaginiamo una persona che riesca a malapena a pagare i premi assicurativi. Se le venisse offerto un modello meno costoso in cambio della rinuncia alle cure, la sua decisione sarebbe sottoposta a una pressione che un assicurato benestante non avvertirebbe nello stesso modo. La firma su un contratto non basterebbe a dimostrare che la scelta è libera.
A ciò potrebbe aggiungersi una pressione morale. Chi non vuole essere di peso ai propri familiari potrebbe sentirsi obbligato a rinunciare. Non occorre una costrizione esplicita: basta che un sistema trasmetta l’idea che rinunciare a ulteriori cure sia economicamente auspicabile. Un simile incentivo potrebbe far sentire i suoi effetti fino al letto del malato.
Altrettanto angosciante sarebbe la situazione di una persona che, in buona salute, abbia scelto di rinunciare a determinati trattamenti e che, dopo una diagnosi grave, desideri continuare a vivere. Dovrebbe temere svantaggi economici? Potrebbe permettersi di tornare a una copertura completa? Un modello assicurativo non deve vincolare economicamente una persona a una decisione precedente sulla fase finale della propria vita.
Tutelare la vita significa anche prendere sul serio la volontà personale. Una persona può rifiutare trattamenti gravosi per convinzione propria. Una decisione del genere deve essere possibile senza pressioni economiche. Il rispetto della vita non impone nemmeno di ricorrere a ogni misura tecnicamente possibile. Devono restare determinanti la volontà della persona e una valutazione medica responsabile. Sconti sui premi, obiettivi di risparmio o aspettative finanziarie non hanno alcun posto in questa decisione.
Una società solidale deve dare sicurezza ai malati e alle persone alla fine della vita: riceverai le cure di cui hai bisogno. Sarai accompagnato. Non dovrai difendere la tua volontà di vivere davanti a un calcolo dei costi. Nessuno deve essere spinto, per ragioni finanziarie, a porre fine alla propria vita o a rinunciare a un trattamento che potrebbe prolungarla.
Chi apre il vaso di Pandora non può confidare di poterne poi limitare le conseguenze a piacimento. Per questo il confine deve essere chiaro fin da ora: la vita donata da Dio non deve mai diventare oggetto di uno scambio economico fondato sulla rinuncia alle cure.
Riferimento: articolo della NZZ sul modello assicurativo proposto. Questo commento riguarda l’idea annunciata nel titolo. Il testo integrale non era disponibile al momento della stesura; qui non vengono quindi valutate le condizioni contrattuali concrete né il resto dell’argomentazione della persona intervistata.